High tech e territorio. Il ruolo delle città nelle dinamiche di localizzazione delle imprese ad alta tecnologia.

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  XXXII CONFERENZA SCIENTIFICA ANNUALE AISRe HIGH-TECH E TERRITORIO. IL RUOLO DELLE CITTA’ NELLE DINAMICHE DI LOCALIZZAZIONE DELLE IMPRESE AD ALTA TECNOLOGIA Cristina MARULLO, Riccardo PERUGI Ufficio Studi - Unioncamere Toscana, Via Lorenzo il Magnifico, 24 – 50129 – Firenze    2 PREMESSA Il presente lavoro si colloca nel contesto scientifico della geografia dell’innovazione, ovvero dell’insieme di studi, teorie e metodi che tentano di spiegare i fattori che determinano i pattern localizzativi e la concentrazione geografica delle attività tecnologiche. Se conoscenza ed innovazione tecnologica sono ormai da tempo ampiamente riconosciute come condizioni strategiche per la crescita e la competitività di imprese e sistemi di impresa, solo più recentemente la letteratura scientifica ha posto l’attenzione sui fattori -interni ed esterni- che influenzano la localizzazione delle imprese ad alta tecnologia nei diversi contesti territoriali, e conseguentemente sulla rilevanza del fenomeno ai fini dello sviluppo locale. Questi fenomeni di agglomerazione, verificati empiricamente e statisticamente in più parti del mondo, hanno alimentato diverse teorie esplicative, a loro volta profondamente legate alla interpretazione dei processi di creazione e trasferimento dell’innovazione. Nello stesso tempo, gli studiosi sono stati sollecitati a cercare strumenti statistici e modelli in grado di misurare e descrivere in maniera adeguata i fenomeni, e di permettere confronti temporali e territoriali. A partire dagli anni ’80 i contributi teorici nel campo della geografia della conoscenza e dell’innovazione tecnologica hanno progressivamente focalizzato la loro attenzione sull’analisi delle dinamiche di localizzazione delle attività ad alta tecnologia; le nuove forme di divisione del lavoro legate alle attività di produzione di conoscenza e di R&S, implicando la separazione tra i flussi di produzione materiale dai flussi di conoscenza in essa incorporata, hanno infatti determinato nuove geografie localizzative e dinamiche differenziate tra territori, generando in particolare rapporti di complementarità e di contrapposizione tra centro e periferia (Dunford, 2003; Lazzeroni, 2004a, 2004b). A fronte di un’ampia varietà dei modelli di studio dell’agglomerazione spaziale delle attività ad alta tecnologia proposti nel tempo 1 , i contributi più rilevanti sul tema -seguendo il modello concettuale di distretto tecnologico introdotto da Storper (1992; 1995)- convergono nella ipotesi teorica per cui alla osservazione della concentrazione geografica di attività innovative ad alta tecnologia vadano associati specifici fattori “strutturali” o “di contesto” intimamente legati alle caratteristiche dei territori ( untraded interdependencies ). Secondo la stessa definizione di Storper, il distretto tecnologico è un’area territoriale in cui la concentrazione spaziale delle attività di ricerca e delle attività innovative è favorita dalla presenza di esternalità di natura cognitiva ( localized knowledge spillovers ), favorite ad esempio dalla presenza di manodopera altamente qualificata e di università e laboratori di ricerca, dal grado di attrattività del luogo (in termini infrastrutturali, di offerta di servizi avanzati, ecc.), da una forte cultura imprenditoriale, 1  Cfr. Simmie (2005) e Lazzeroni (2010) per una rassegna critica dei principali contributi.    3 dalla presenza forte di istituzioni (Breschi e Lissoni, 2001; Pagnini, 2001; Lazzeroni, 2004a, 2004b; Bonaccorsi, Nesci, 2006). Il presente contributo propone una analisi delle caratteristiche localizzative delle imprese ad alta tecnologia nei diversi contesti locali che compongono il territorio nazionale (Sistemi Locali del Lavoro, di seguito anche SLL), con l’obiettivo di evidenziare i principali elementi distintivi che legano alcuni attributi strutturali dei diversi “profili territoriali” alla localizzazione delle attività imprenditoriali ad elevato contenuto tecnologico. In particolare, vengono indagate le relazioni tra tipologie di sistemi locali del lavoro, livello di specializzazione in attività high-tech e livello di innovatività degli stessi, attraverso l’utilizzo di una serie di variabili rilevanti, di natura sia qualitativa che quantitativa, proposte dalla recente letteratura sul tema dei distretti tecnologici. La presenza di relazioni rilevanti tra gli elementi del modello interpretativo proposto consentirà, nella seconda parte del lavoro, di fornire evidenza empirica delle relazioni tra diversi “profili urbani” e traiettorie di sviluppo interne ai diversi comparti di specializzazione delle attività ad alta tecnologia, oltre che un quadro del posizionamento delle diverse tipologie di territori nel contesto nazionale. Il lavoro è organizzato nel modo seguente: nel primo paragrafo viene condotta una breve rassegna della letteratura internazionale, con l’obiettivo di inquadrare il ruolo del “contesto locale” sulle dinamiche di agglomerazione delle attività innovative -ed in particolare dei fattori che caratterizzano le città rispetto alle altre tipologie di territori- nelle diverse formulazioni proposte dagli studi in materia di economia industriale e geografia dell’innovazione. Il secondo ed il terzo paragrafo si occupano rispettivamente di proporre un approccio metodologico di tipo settoriale utile ad una prima identificazione e quantificazione dei fenomeni di localizzazione delle imprese ad alta tecnologia nei territori, e della successiva applicazione di questo ai fini di una analisi descrittiva dei livelli di specializzazione dei sistemi locali del lavoro italiani. Nel quarto paragrafo vengono infine illustrati i primi risultati riferiti al tentativo di specificazione, attraverso un modello di analisi di regressione, del ruolo che le variabili “strutturali” o “di contesto” identificate in relazione alle diverse tipologie di territori esercitano sui livelli di specializzazione imprenditorial high-tech, con lo scopo di individuare in particolare eventuali fattori specifici che caratterizzino in tal senso gli ambiti urbani. 1.   LA DIMENSIONE TERRITORIALE DELL’INNOVAZIONE NELLA TEORIA ECONOMICA La letteratura economica internazionale ha ormai ampiamente esaminato il tema delle dinamiche di apprendimento tecnologico come fattore di agglomerazione territoriale. Tale    4 fenomeno viene ricondotto, nei contributi in materia di economia e geografia dell’innovazione nonché dalla letteratura sullo sviluppo locale, alla disponibilità di flussi di conoscenza e di informazione per la creazione di nuove idee, disponibilità che viene riferita all’interazione tra contesto locale e contesto globale (Malecki e Oinas, 1999; Bathelt, Malmberg e Maskell, 2004). Il processo di creazione di conoscenza alla base delle dinamiche di apprendimento tecnologico è infatti favorito dalla esistenza di una forte integrazione tra l’impresa ed il contesto economico e sociale espresso dalla dimensione locale, che favorisce il radicamento e la continua riproduzione di conoscenza contestuale specifica, parallelamente alla produzione di nuova conoscenza codificata a livello globale. Il formarsi di relazioni tra imprese del contesto locale da un lato, e tra queste e fonti di conoscenza esterne dall’altro, consente infatti al sistema di rimanere competitivo nei confronti del continuo e rapido processo di evoluzione tecnologica e di mercato che caratterizza l’ambiente esterno (Nonaka, Takeuchi 1995, Nonaka 2007). Importanti contributi appartenenti al filone della nuova teoria dell’impresa già negli anni ’70 sottolineavano l’importanza del coordinamento tra imprese che detengono competenze altamente specifiche per la produzione di nuova conoscenza, coordinamento che -in condizioni di prossimità spaziale- viene appunto facilitata dall’agglomerazione territoriale 2 . La letteratura internazionale sui distretti industriali (Marshall, 1927; Becattini, 1987) ha poi avuto l’importante ruolo di enfatizzare la dimensione sociale dell’agglomerazione territoriale come importante fattore di sviluppo locale. In particolare, l’identificazione tra il contesto sociale ed il contesto imprenditoriale del territorio (l’esistenza di una comunità locale che contribuisce allo sviluppo del sistema produttivo), cui fa riferimento il concetto di “economie esterne” Marshalliane, favorisce la diffusione di conoscenza, la riproduzione delle competenze, la creazione di mercati specializzati del lavoro, lo sviluppo di industrie complementari (Sforzi, 2000). A partire da tali considerazioni, l’approccio complementare dell’ innovative milieu  (Aydalot, 1986)   pone maggiormente l’enfasi sul concetto chiave di “conoscenza cooperativa”, che permette di ridurre il grado di incertezza nelle fasi di passaggio a nuovi paradigmi tecnologici. Essa si realizza, ad esempio, attraverso la mobilità dei lavoratori, le interrelazioni tra fornitori e clienti, ed in generale con frequenti contatti personali: rapporti di collaborazione, eventualmente formalizzati all’interno di reti, che sono -di nuovo- facilitati dalla prossimità spaziale. Le teorie citate hanno avuto il merito di aver contribuito a diffondere la consapevolezza che l’innovazione, così come l’attività economica in generale, è un fenomeno embedded  , radicato al contesto sociale in cui si genera e si sviluppa e nel quale la fiducia  ,  alimentata dalla prossimità 2  In particolare Richardson (1972), definisce l’impresa come insieme di untraded interdependencies , ossia di abilità e competenze altamente idiosincratiche, interdipendenti all’interno dell’organizzazione e non direttamente scambiabili sul mercato in quanto non riconducibili ad un insieme di informazioni codificate.    5 geografica e dalla condivisione di norme e valori, gioca un ruolo determinante nella regolazione dei mercati. Il risultato è che anche l’innovazione e la tecnologia hanno caratteristiche proprie del territorio in cui si trovano e beneficiano di effetti positivi, diretti e indiretti ( spillovers) ,   della “conoscenza tecnologica” che in esso viene prodotta (Feldman e Florida, 1997). Ciò detto, è stato Storper (1992) il primo ad introdurre, nell’ambito delle teorie che enfatizzano la dimensione locale nelle dinamiche di apprendimento tecnologico, il termine “distretto tecnologico”, concetto che -superando la definizione di cluster   inteso come agglomerazione spaziale di attività economiche in cui gli scambi realizzati sono meramente transazionali (input e output di produzione)- configura un sistema territoriale costituito da rilevanti flussi relazionali, e di conseguenza da intensi processi di apprendimento cognitivo e tecnologico determinati da spillovers  di conoscenza. A tale proposito, un altro vasto filone della letteratura sulle “ learning regions ” evidenzia il forte ruolo che le università e -dunque- la valorizzazione dei risultati della ricerca scientifica giocano nei sistemi regionali dell’innovazione (Cooke et al., 2004). Il ruolo del territorio nei processi di creazione di conoscenza si conferma rilevante anche nelle moderne teorie evoluzionistiche dell’innovazione. Secondo questi modelli interpretativi, l’ambiente locale costituisce una sorta di “meccanismo di selezione” per la nascita e lo sviluppo delle nuove tecnologie in cui elementi “discriminanti” sono in tal senso le opportunità esistenti in termini di disponibilità di conoscenza scientifica e tecnologica. I processi di innovazione vengono infatti definiti come  path dependent  ,   dal momento che seguono traiettorie tecnologiche che sono il risultato di scelte ed esperienze precedenti: quando tali traiettorie sono basate in modo sostanziale su conoscenza non codificata (contestuale, tacita), l’esigenza di stretta interazione (in termini di comunicazione e rapporti inter-personali frequenti) ai fini del processo di socializzazione di tale tipologia di conoscenza costituisce la determinante dei fenomeni di agglomerazione spaziale di imprese innovative 3 . Per tali motivi, il processo di agglomerazione assume -nelle teorie evolutive- connotazione fortemente industry specific , legata cioè al settore tecnologico di appartenenza dell’impresa: le differenze intra-settoriali nei processi agglomerativi dipendono infatti dalle sottostanti differenze nei processi di formazione di conoscenza tecnologica ed organizzativa. I fenomeni di agglomerazione territoriale di attività innovative, basati su processi di socializzazione di conoscenza industry-specific , determinano dunque effetti di spillover   di conoscenza, diffusione di traiettorie tecnologiche complementari tra settori favorita dalla mobilità di lavoratori specializzati, nascita di spin-off   ed in generale di nuove imprese. 3   “Knowledge, particularly new knowledge, is often vague, difficult to codify and sometimes only recognized serendipitously. The best way to exchange uncodified knowledge still appears to be face-to- face contact”  (Von Hippel, 1994)
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